Credo che più che altro il tuo problema sia coi media, più che con la politica. Prendi la guerra in afghanistan. Per te che sei un telespettatore è ininfluente, pensi che sia lo stesso per un afgano o per una persona che ha azioni della beretta o di qualsiasi altro produttore di armi che ha commesse con gli eserciti? E il fatto che la guerra non sia a casa nostra si riflette nella frequenza con cui arrivano le notizie. Dubito che nel 44 i giornali dessero lo stesso peso che danno oggi alla guerra. Se guardi le notizie di prima pagina riguardano tasse, lavoro e mercati finanziari. Credi che queste notizie siano una narrazione dei media? La disoccupazione per esempio aveva un peso minore nelle notizie del 2006, mentre oggi se ne parla tutti i giorni. Questo perché si è passati dal 6% a >10% di disoccupazione, senza contare la popolazione inattiva.
Io riconosco che quello che dici tu esista. Prima di tutto perché tutti i giorni ci deve essere una notizia e questo fa si che alcune notizie, oggettivamente poco importanti, prendano le prime pagine comunque. Seconda cosa perché in alcuni momenti c'è uno scollamento tra la realtà e le notizie sui media. In questi casi i media più che informare su quello che succede alimentano la morbosità delle persone. Anche per raccontare la storia si può usare un registro distaccato oppure riempire l'esposizione di particolari truculenti, e ovviamente tutti troviamo più interessante il secondo tipo di racconto. Si può scegliere anche di fare così nel raccontare le notizie o per scegliere le notizie, ed è abbastanza normale. Quando stava scoppiando la crisi del debito, le prime pagine erano ancora sugli scandali di Berlusconi. A un certo punto la crisi del debito ha iniziato a bagnare il culo e i media e gli spettatori hanno dovuto fare i conti con la realtà. Oggi si parla solo di crisi economica, tasse, welfare e imprese. Pertanto mi sembra che la non-aderenza alla realtà dei media possa esserci per certi periodi o per singole notizie, ma non esiste una realtà mediatica staccata dal mondo reale.
Sul fatto di rapportarsi ai media e non alla politica. Metti che le politiche fossero decise solo da 500 persone all'interno di un'assemblea, degli oligarchi. Anche in quel caso un politico, per fare passare una politica dovrebbe sceglierne una (o presentarla) in modo che ottenga consenso. In quel caso dovresti rapportarti con il mezzo di comunicazione? il microfono del politico? Rimane sempre una questione di contenuti. Ovviamente la scelta e la presentazione dei contenuti non è irrilevante, ma i media allargano solo la portata dei contenuti, rivolgendoli a un pubblico più ampio. C'è chi dice che i media non sono come un semplice microfono: possono scegliere a quali contenuti dare la precedenza. Ma in questo caso si ritorna al discorso con Shandon.
Quanto scrivi mi sembra sostanzialmente giusto e, in sostanza, abbastanza allineabile al mio discorso. Tu sottolinei il fatto che alla fine, con l'attuale sistema delle cose, non si arrivi mai al bagno di sangue metaforico in cui i media continuino, in stile caduta dell'impero, a propagadare la vittoria imminente mentre invece il nemico e' alle porte.
Forse e' vero che, in casi di estrema gravita' (come lo e' la crisi economica passata ed in corso), alla fine i nodi vengano al pettine e non si possa omettere un argomento o non trattarlo in un determinato modo.
Tuttavia ritengo altrettanto vero che in situazioni normali venga privilegiata, nella costruzione della realta' mediatica, la logica politica e la logica della notiziabilita'. La prima e' quella che ha fatto in modo che, ad esempio, nei tg nazionali si cercasse di tenere quanto possibile insabbiate tutta la pleiade di questioni legate alla crisi (es. condizione giovanile, lavoro, ammortizzatori. Tutte cose che oggi sono al centro dell'agenda di tutti i tg non solo per attinenza alla realta', ma anche e soprattutto proprio per volonta' politica. D'altra parte e' stato sin da subito evidente che Monti andava a collocarsi nello spazio semantico dove doveva essere Berlusconi
, del quale si e' preso il posto, la carica di primo "liberale", a cui insomma si e' involontariamente proposto come alternativa politica). La seconda e' quella di cui parlavi tu e di cui ha ben detto John Silver citando la concordia.
Ah, visto che abbiamo trattato l'argomento le volte scorse:
http://www.corriere.it/economia/12_maggio_24/fornero-licenziamenti-dipendenti_f7c51c5a-a5b1-11e1-8ebb-5d15128b15be.shtmlNon ho portato Nutella a paragone di Nike, ma a paragone del marketing politico. Non perdiamo di fondo il discorso di base da cui siamo partiti: ripeto, Nike spunta un premium price e picchia sulla pubblicità per vendere un prodotto scarso = Berlusconi si è fatto eleggere manovrando i media e anestetizzando le masse con TV e riviste patinate.
Questa equazione è fallace: tu stai dichiarando che i consumatori siano tanto stupidi da pagare un prodotto visibilmente scadente a un prezzo altissimo, solo per il marchio, e che lo facciano per sempre, anche se ci sono alternative migliori.
A mio avviso l'equazione non e' riportata bene. Nike e Berlusconi partono entrambi, come si fa nel marketing, dal consumatore. Cercano gli insight, fanno le ricerce di mercato e tutte quelle robe li'. Nike, interrogando il mercato, capisce che vi e' un desiderio di prodotti che facciano sentire dei vincenti, degli atleti, dei fighi e dei numeri 1. Berlusconi, interrogando il mercato, capisce che c'e' una parte del paese che desidera piu' liberta, meno tasse, piu' sviluppo, piu' ricchezza, meno grigiore partitico, etc.
Entrambi i nostri eroi allora studiano come creare un qualcosa (che e' un insieme di cose, include logo, design, scelte retoriche, tutto) che riesca a farsi interprete a livello discorsivo di quello che il mercato richiede.
Quando si parla di marketing, si parla di valore percepito, e la qualità oggettiva fattuale non esiste o meglio è irrilevante perchè il marketing opera su un fattore soggettivo. Quindi io posso essere profondamente ignorante e mangiare al McDonald's perchè per ME quello è il mangiar bene, e magari non sono assolutamente in grado di apprezzare una cena slow food in un agriturismo sui colli senesi.
La qualità di McDonald's è oggettivamente inferiore, ma dal mio punto di vista sono un consumatore non in grado di comprendere la differenza e per i miei standard il mc donald's è BUONO, e non solo a parità di qualità "percepita" scelgo il mc (è più comodo da raggiungere, meno formale, costa molto meno, c'è parcheggio, c'è gente giovane e mi piace l'atmosfera, i colori e i tavolini), ma arrivo al punto che il mio palato preferisce i sapori junk del mc.
Se tu dici che le maglie della Guru costano 1 euro, scopri l'acqua calda e non ti accorgi che la cosa è irrilevante perchè l'avere il logo sweet years soddisfa i miei bisogni di essere alla moda.
Svolge una sua funzione, mi dà una ricchezza, una utilità di maglietta (a cosa serve una maglietta? A coprirmi, ma anche a essere alla moda, a sfoggiare un design cool e moderno, che piaccia a chi mi vede).
Quindi bisogna chiedersi: Berlusconi a cosa serve? Non sono un politologo, ma credo che un politico soddisfi bisogni completamente diversi da quelli di una maglietta o dal sentirsi alla moda. E' lo stesso principio per cui Schwarzeneggher è stato rieletto. In genere i fenomeni politici di moda hanno breve durata, non tengono incollate coalizioni per anni e anni.
Se la qualita' oggettiva o fattuale e' "irrilevante" per il marketing, mi sembra che stiamo dicendo la stessa cosa (quando dico che non conta il prodotto da un punto di vista effettivo, ma solo per quello che si riesce ad ancorare al brand). Con la differenza quello che tu chiami "valore percepito" e io lo chiamo "niente". Io non voglio e non posso accettare un relativismo di proporzioni tali per cui mangiare da MacDonald's sia mangiare bene. Se il cibo di Mcdonald's e' nutrizionalmente equivalente ad un baratto di grasso lubrificante, quello e' il suo valore alimentare. Non che siccome ci sono 10 milioni di persone che pensano che e' buono e nutriente, allora lo e' davvero.
non ho più tempo per articolare ora, ma questa è veramente una boiata, e parecchio pesante dato che viene da uno studioso di semiotica.
Devo dire, ti darei ragione per l'ottima risposta. La mia e' una boiata per motivi che non hai tempo di articolare. interessante.
Innanzi tutto non mi considero certo un esperto di semiotica (anzi, molto spesso considero la semiotica, in particolare quella pubblicitaria, una scienza "umana" in senso stesso, ovvero una scienza fondata sull'intimismo e sulle convinzioni arbitrarie di qualche persona piuttosto che sui risultati e sull'analisi). Resta il fatto che si', l'ho approfondita in vari esami. Stesso discorso per la storia, le teorie e le tecniche pubblicitarie. Ora, sotto mano non ho i volumi che ho studiato per l'esame relativo a tecniche pubblicitarie, in quanto sono a casa dei miei. Sono comunque sicuro che quello di nutella non sia una case history di particolare riguardo o che abbia fatto significativamente scuola. Se vogliamo parlare del nome, parliamone ma non tiriamo in ballo la semiotica. Il nome nutella, come gia' detto, e' stato creato nel 1963, quando il dibattito semiotico per come lo si intende oggi era agli albori, e le teorie di pubblicita' e di marketing lo erano altrettanto. Cosi', tanto per gradire, Mythologies di Barthes e' uscito 7 anni dopo. Quindi non si puo' a mio avviso parlare di una ricerca troppo tecnica in tal senso, come sarebbe assolutamente fuori luogo tirare in ballo il naming come lo si intende oggi.
Sulla comunicazione di nutella in generale, io aspetto davvero le tue argomentazioni perche' - in tutta onesta' - faccio fatica a trovare in nutella un'identita' che abbia la forza e la distinzione capitali di cui parli tu. Sempre rimamendo in ambito ferrero, mi sembra indiscutibile come sia stato costruito in maniera piu' significativa un prodotto come il Ferrero Rocher. A livello valoriale il rocher e' stato da sempre collegato ad un'idea di sfizio, di lusso. Tutto nel rocher va ad arricchire tale isotopia: l'involucro oro con il porta bon bon zigrinato, il bollino, la pubblicita' con il maggiordomo e la contessa (con incredibili colpi di teatro, quali il mobiletto della macchina apribile, dal quale escono i cioccolatini). La stessa struttura del cioccolatino, con gli strati e la nocciola a centro pare concorrere all'immagine di "ricchezza" e di sfizio di gola lussurioso. Sai trovarmi una serie di elementi di questo tipo per la nutella? Innanzi tutto, qual'e' il valore d'ancoraggio dietro nutella (es. Rocher-sfizio/lusso, Ovetto kinder- infanzia/spensieratezza, kinder cioccolato - crescita...o per uscire dal dolciario, pasta barilla - famiglia, etc.)? C'e' uno spot nutella o un personaggio degli spot nutella entrato nel mito popolare (es. come l'ovetto animato degli ovini kinder, le situazioni degli spot fiesta, il bambino del kinder cioccolato, la contessa e ambrogio etc)?
Facendo un'analisi espressa, si puo' rilevare la presenza di un payoff sicuramente riuscito (che mondo sarebbe senza nutella), come da tradizione kinder e ferrero (piu latte meno cacao, non e' proprio fame ma voglia di qualcosa di buono, non ci vedo piu' dalla fame, bonta' a cuor leggero, ecc. ecc.) e di una immagine omogenea fondata su una figura plastica di rotondita' (es. il coltello che spalma nutella e' sempre dalla punta arrotondata, la fetta di pane e lo strato di nutella sono anch'esse sempre tondeggianti, il vasetto idem, i caratteri del font idem, etc. etc).
Per il resto, ripeto, attendo qualche tua dritta perche' a mio avviso il successo di nutella e' molto piu' legato a qualita' sensibile e pratiche (il contrario del valore percepito) di quanto si pensi. Se non e' il gusto, il prezzo, la concentrazione di apporto calorico, basti pensare al bicchiere in regalo: un'idea grimaldello per diffondere il prodotto da mille e una notte, ma estremamente materiale.