Hiroshi Yamauchi
Scopri come il leggendario e temuto presidente ha trasformato Nintendo in un impero videoludico, lanciando geni come Miyamoto e Yokoi
Oggi non parleremo di pixel, né di teraflops, e nemmeno di quel genio sorridente che è stato Satoru Iwata. No, oggi dobbiamo rendere omaggio all'uomo che ha reso possibile tutto questo, il "Padrino" dei videogiochi, l'uomo che non ha mai toccato un joypad per divertimento ma che sapeva esattamente cosa vi avrebbe fatto aprire il portafogli. Sto parlando dell'unico, inimitabile, e francamente terrificante, Hiroshi Yamauchi.
Dovete capire che prima di lui, la Nintendo non era la fabbrica dei sogni che conosciamo. Quando il giovane Hiroshi prese le redini dell'azienda nel 1949, costretto da un ictus del nonno, aveva solo 22 anni e l'aria di chi non aveva tempo da perdere. La sua prima mossa? Licenziare tutti i dirigenti storici della famiglia e i vecchi manager che potevano mettergli i bastoni tra le ruote. Voleva il controllo assoluto. E lo ottenne. Per decenni, Nintendo è stata una monarchia assoluta, e Yamauchi era l'Imperatore seduto sul trono di Kyoto.
Ma la cosa che mi fa sempre sorridere è pensare a quanto disperatamente abbia cercato di non fare videogiochi all'inizio. Yamauchi era un visionario, sì, ma anche un uomo che tentava di tutto pur di espandere il business delle carte da gioco Hanafuda. Negli anni '60 provò a vendere riso istantaneo (un disastro culinario, pare), gestì una compagnia di taxi (che chiuse perché i sindacati lo facevano impazzire) e, tenetevi forte, aprì persino dei "Love Hotel" a ore. Sì, avete capito bene: c'è stato un momento nella storia in cui potevate entrare in una struttura gestita dalla Grande N per... beh, non per giocare a Zelda.
La svolta arrivò solo perché aveva l'occhio lungo per il talento. La leggenda narra che un giorno, ispezionando una fabbrica, vide un manutentore annoiato che aveva costruito un braccio estensibile per gioco. Quel manutentore era Gunpei Yokoi. Invece di sgridarlo per aver perso tempo, Yamauchi gli ordinò: "Fanne un prodotto da vendere per Natale". Nacque la Ultra Hand, fu un successo clamoroso, e Nintendo entrò nel mondo dei giocattoli e, successivamente, dell'intrattenimento elettronico.
La filosofia di Yamauchi era brutale ma efficace. Lui non giocava. Non capiva nulla di programmazione. Ma aveva un istinto sovrannaturale per il "divertimento". Il suo approccio era semplice: l'hardware non conta nulla se non c'è il software.
"L'hardware è solo una scatola che le persone sono costrette a comprare per poter giocare a Mario."
Questa frase riassume tutto. Mentre le altre compagnie si scannavano sulle specifiche tecniche, lui voleva solo sapere se il gioco fosse divertente. Si dice che le presentazioni dei prototipi fossero un inferno: lui entrava, guardava lo schermo in silenzio e, se non capiva il gioco entro tre minuti o non lo trovava interessante, lo bocciava senza pietà.
E poi c'è il capitolo Shigeru Miyamoto. Assunse questo ragazzo capellone e sognatore quasi per fare un favore al padre di lui, un amico di famiglia. Quando Nintendo of America stava fallendo con i cabinati di Radar Scope, Yamauchi affidò a questo novellino il compito di salvare la baracca. Miyamoto tirò fuori Donkey Kong. Chiunque altro avrebbe licenziato un artista che parlava di gorilloni e idraulici, ma Yamauchi vide qualcosa. Diede il via libera. Il resto è storia.
Certo, non era un santo. Era noto per essere duro, scontroso e conservatore. Ha governato con il pugno di ferro fino all'era del GameCube, quando capì che il suo intuito stava iniziando a perdere colpi contro la PlayStation di Sony. Ma anche lì, fece la mossa del secolo. Invece di passare il testimone a un altro burocrate o a un membro della famiglia, scelse Satoru Iwata, uno sviluppatore, un uomo che capiva il codice e il cuore dei giochi. Fu il suo ultimo, grande regalo a noi giocatori prima di ritirarsi e dedicarsi al Go e alla beneficenza, fino alla sua morte nel 2013.
Se oggi accendete la vostra console e vi perdete in mondi fantastici, ricordatevi di ringraziare quel vecchio signore burbero con gli occhiali spessi. Senza la sua follia, la sua dittatura creativa e i suoi azzardi imprenditoriali, Mario sarebbe rimasto solo un disegno su un taccuino e noi staremmo probabilmente giocando a qualcos'altro.
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